Intervennero: Bortolo Sangiovese, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati e Bartolomeo Campana.

Molto si parlò e molto si discusse, finchè, data la perfetta oscurità nella quale la cosa era ancora avvolta, si decise attendere i primi risultati che avrebbe ottenuto la pubblica sicurezza.

Ciononostante il mondo repubblicano era messo ad alto rumore e corso dalle voci più disparate. Si parlava di una congiura dei clericali, di una vendetta di Monsignor Rutilante. Solo il nome di Manso Liturgico non comparve poichè, del vero, nulla era ancora palese.

Fumo e bagliori rossigni esaltarono ed esasperarono i repubblicani i quali, quasi per coscienza continua di sospetto, si rivolsero al campo dei loro nemici, cercando almanaccare e costruire castelli inconsistenti. Gian Battifiore, chiuso nel suo mutismo preferito, non prestò orecchio alle voci maligne e la polizia iniziò l'opera sua.

Stava Gargiuvîn, una sera, lavorando in compagnia di Plè, il suo vecchio cane dal pelame rossigno e dalla gran testa piagata.

Su una corniola finiva di tracciare la linea perfetta di un teschio; sua specialità questa poichè non aveva accettato mai di eseguire disegno differente.

Volgeva il crepuscolo. Si udivan dai sottostanti cortili, stridori di girelle, acciottolii di stoviglie, voci di donne sussurrare e cantare; il cielo si tingeva in rosa su gli alberi lontani ed era violetto su tutto il mareggiare dei tetti.

Ad un tratto l'anarchico udì bussare con violenza alla porta sì che gridò:

— Chi è?

— Aprite! — rispose una voce rude. Gargiuvîn riconobbe il visitatore e si alzò sorridendo. Quand'ebbe dischiuso l'usciuolo grigio, cinque agenti di pubblica sicurezza si precipitarono nel suo stambugio con cipigli feroci ed atti di prudenza gladatoria.