— Chisà?
Seguì ancora il silenzio e la luce si spense sempre più dietro gli alberi, in grandi veli di porpora, fra sfumature violette e verdi e d'oro.
A poco a poco, si come il vespero avanzava, ciascuna delle sorelle abbandonò il lavoro e alzò gli occhi verso le alte rame e il cielo. Giunse il suono di un organetto, da una casa vicina, e un tumultuare di voci giovanili.
Divina, sempre immobile, udì e vide: vide le figlie sue impallidire, vide la traccia inesorabile del tempo sul viso di qualcuna, ricordò che la primavera è come un'alito, e che non si può far fidanza ne l'avvenire, sì che, di fronte alla sua impotenza presente, un grande scoramento la prese fino a darle il tremito del singhiozzo, fino a farla scoppiare in gran pianto.
Vespero era sorto fra le rame del melo.
— Divina? — fecero le ragazze volgendosi — Divina?
— È ingiusto! — singhiozzò la gigantessa, con la faccia nascosta fra le palme. — È ingiusto! Europa ha fatto bene!
— Divina!... — gridò Asia scattando.
— Sì — riprese l'ancella fra i singhiozzi — sì... perchè quando è passato il tempo... addio!... È un'altra cosa!...
La magra zitella, cupa ed arcigna, chinò la testa in silenzio nè replicò, perchè il languore, che è come un rettile avvolgente in infinite spire, l'aveva stretta d'improvviso, sotto i vivissimi occhi degli arguti desideri.