Ora (essendo il carattere romagnolo impulsivo e per conseguenza rapido nel condannare e rapidissimo ne l'assolvere) nessuno pensò più alla ragione per la quale i miti apostoli dello sfacelo si erano allontanati per ignote vie.

Essi trascorsero fra la gente senza destar sorprese; solo Arfàt servì da spauracchio alle donne ed ai bambini, per la sua bruttezza pietosa.

Il giorno seguente alla loro comparsa ripresero le consuete occupazioni interrotte per qualche tempo.

Frattanto avveniva che Gian Battifiore, ingolfato nel soverchio daffare, avesse quasi dimenticato la figlia fuggita.

E come avrebbe potuto occuparsene se tutta l'Europa scientifica era per partecipare al centenario di Gerolamo Parvenza?

Ben vide Monsignor Rutilante la propizia occasione e pensò alla sua buona fortuna che non era per abbandonarlo.

Ardito Popolini, dopo il primo violento articolo comparso su l'Aristogitone, aveva taciuto aspettando l'opera del Cavalier Mostardo.

Passava come una tregua di Dio in nome de l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza.

L'idea del centenario non era nata a Gian Battifiore il quale poco si occupava del passato: ma al conte Agesilao De' Lavilla, uomo studioso quant'altri mai.

Era il conte Agesilao di antichissima stirpe chè la sua famiglia aveva avuto e guelfi e ghibellini e capitani di ventura e cardinali ed alti magistrati dottissimi. Il genio dei Lavilla si era esplicato universalmente, in tutti i rami dello scibile umano, lasciando traccie non comuni del suo passare. Un Teodoro che aveva vissuto su l'aprirsi del millecinquecento, era stato inviato dal papa per certa ambascieria in Ispagna, con missioni delicate, tali da richiedere la più abile tempra di diplomatico; e con tanto onore aveva disimpegnato il non comune incarico che il papa, poichè il detto Teodoro fece ritorno, lo creò spontaneamente cardinale, elargendogli ricchi premii e in terre e in danaro.