Però del vasto patrimonio accumulato dagli avi poca cosa rimaneva al conte Agesilao, onde viveva egli modestamente del frutto di qualche podere, pascendosi de' suoi studi prediletti.

Nella città rossa altri non v'era che, come il conte Agesilao, conoscesse punto per punto, fin nei più minuziosi particolari, le cronache ed i documenti inediti dai quali la storia della detta vermiglia città emergeva chiara; altri non v'era che potesse con più dotta facondia enumerare e fatti e uomini e cose lustro e decoro di tutta la terra di Romagna, sicchè a lui spettava per diritto acquisito dal lungo studio e da l'inesausto amore, il vanto di far rivivere per pochi giorni nella memoria dei già lontani nepoti l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza.

Sfogliando un giorno una monografia nella quale il genio del Parvenza si esplicava per un sapiente parallelo istituito fra i costumi de l'ornitorinco (classe dei monotremi o, come altri vogliono, ornitodelfi) e quelli del pinguino (famiglia dei bachitteri, ordine dei palmipedi, genere degli aptenodytes) e ricercando gli anni nei quali l'illustre compaesano, tutto dedito agli studi gerarchici delle famiglie animali, aveva compito certi suoi viaggi per rintracciare l'esatta ubicazione delle uberifere bestiuole, per associazione d'idee si chiese:

— Ma quando è morto Gerolamo Parvenza?

Compulsò i documenti e vide che poche settimane mancavano perchè il ciclo dei cento anni si compisse. Allora gli nacque il pensiero della doverosa memoria e con forbita dialettica l'espose a Gian Battifiore. Questi se pur rimase dapprima sconcertato perchè il Parvenza non era stato repubblicano nè tampoco libero pensatore e non s'era occupato di politica (ciò che segnava senza dubbio una implicita inferiorità) si lasciò purtuttavia persuadere dal pensiero che la commemorazione avrebbe portato grande decoro a lui ed alla città sua.

Fece uno strappo alla fede politica e lanciò la proposta in pieno consiglio comunale.

Naturalmente ne nacquero divergenze le quali, secondo i costumi dei fieri uomini di parte, finirono in chiassosi battibecchi.

L'assessore della pubblica istruzione Bartolomeo Campana, fervido studioso delle orazioni di Cicerone dalle quali desumeva le veneri della sua oratoria, pronunziò uno de' suoi più applauditi discorsi. Dato uno sguardo alle finanze del Comune, da un lato e a l'accrescersi della miseria e dei bisogni della popolazione, da l'altro, disse ch'era ormai tempo di lasciare in pace i morti per occuparsi con maggior serietà dei vivi.

Alla foga demagogicamente irruenta del suo discorso, il pubblico rispose con grida osannanti.

Il Maraviglia e l'Arrubinati furono pure contrari al progetto. Bortolo Sangiovese per amore del sindaco e Ardito Popolini per tattica prudenza, si astennero.