Aggiunse che in alcune canzoni del popolo si nominava ancora Giove quale datore di ogni bene.
Parlò della città romana e della repubblica popolare che fu già grande nel medioevo sì che la città rossa, per feudi e castella, dominò su gran parte della Romagna.
— Gli astrologi del tempo — soggiunse — pronosticarono che il Governo Popolare avrebbe avuto qui sua stabile dimora. Ricorda conte Agesilao? Dice il cronista:
«Nell'anno 1381 apparve un segno in l'aria a modo d'una lampida da fuoco, e avea direto a modo d'una coda de fuoco conio lancie grosse...» Eccetera. Dall'apparizione trae gli auspici.
Videro poi le chiese e il po' che avanzava dei maravigliosi affreschi di taluna fra esse.
— Ringraziamo il cielo — aggiunse Regida — che qualcosa si sia salvato perchè dove è un'opera d'arte ed un prete, ivi sono due nemici inconciliabili!
— Mais — chiese Sigmund Hoergritz — on n'aime pas l'art en Romagne?
— Ecco — rispose Regida sbirciando il conte e Bortolo Sangiovese — i romagnoli sono gente pratica: amano il buono ma non il bello. Ad un quadro preferiscono una moggia di grano. Intendiamoci, ogni legge ha la sua eccezione. Il conte Agesilao, ad esempio, è tra coloro che difendono il nostro patrimonio d'arte dall'eccessiva praticità dei cosidetti popolari.
Bortolo Sangiovese tossì e torse il niffolo.
— Sicuro. Guardi ad esempio: la parola artigiano in dialetto romagnolo non esiste: esiste bensì la parola artista; ma non s'inganni; gli artisti per il nostro gaio-osannante popolo sono i falegnami, i fabbri, i calzolai et similia. Un catenaccio, un tavolino, un paio di scarpe sono, per ogni buon romagnolo, opera d'arte perchè di indiscussa utilità: il resto... è letteratura!