Grandi mucchi di ciliegie e di albicocche e di pesche duracine mettevano la loro nota gaia nel sole; i frutti degli orti e dei giardini dei quali la città si coronava come di un bel diadema.

E i monelli ronzavano intorno a tutto quel bene, a quella festa, a quella dovizia inutile per loro; ronzavano come povere pecchie a cui toccano appena gli avanzi.

Andaron quattro fanciullette bionde tenendosi per mano ed eran tutte un sorriso, vieppiù chiare che l'alba del giorno. I visetti belli e luminosi, gli occhi festevoli e ridenti. Avevan su le orecchie, a pendenti, gruppetti di ciliegie martelline come rubini e gridavano saltando:

— Son venute le ciliegie martelline che hanno sapore d'uva paradisa!...

Passarono come una folata di vento.

Gli scienziati speculavano la massa. E chiese l'Hoergritz indicando una fila di ragazze:

— Chi sono quelle?

— Quelle sono le coefore — rispose Regida sogghignando — le portatrici di libamenti e mercanteggiano i cibi per la mensa.

Augusto Regida aveva intuito la grazia di linguaggio confacentesi a menti sì erudite onde si compiacque far pompa de' suoi ricordi classici e riferirli, a dritto o a torto, a cose presenti.

Un tronco di colonna, abbandonato fra l'erba, disse appartenere a un gran tempio di Giove statore; del qual tempio non si aveva ricordo se non nella leggenda popolare e in un palinsesto del secolo quinto.