Ma come volle la grazia di Smeraldina, il banchetto volse al suo termine; furon serviti i dolci, le frutta, i liquori, il caffè e gli ultimi aneliti del colosso furono preceduti, accolti e seguiti da un vociare confuso, altissimo, dilagante come fiumana che irrompa.

Però i vini continuavano a mescersi negli ampi calici che passavan dal bianco al vermiglio con inusitata lena.

Una scompostezza bacchica era ormai in tutti i volti e un'affettuosità ampia; un senso di umanità dilagante, in tutti i cuori. Gli arbitri dei destini della città rossa non si erano mai sentiti tanto repubblicani come allora.

Ridevano, si univano, facevan progetti di fiere battaglie e di commoventissime paci; picchiavan pugni su la tavola, sbraitavan con ambo le braccia levate in aria quasi ad afferrare e a tener saldo il pencolante ragionamento.

Ardito Popolini, appoggiato un ginocchio al margine della tavola, discuteva con Augusto Regida intorno alla legge di selezione e alla necessità delle rivoluzioni; Tragico Arrubinati con parole comiziali, accendendosi, quasi arringasse il popolo ch'egli vedeva ovunque numeroso e plaudente, s'intratteneva col Campana circa il dottrinarismo democratico e l'idealismo mazziniano, rinnovando i propositi del partito d'azione che trovava in loro i rappresentanti più valorosi.

Gian Battifiore che amava dimenticare di tanto in tanto la politica, per darsi a più ridevole conversare, criticava con Pietro Andruco, un vecchio signore benestante, l'effeminatezza di certo Mario Casimiro.

— È uno sciocco! — esclamò Gian Battifiore.

— Val meno di una donna! — soggiunse l'Andruco ch'era un valoroso misogine.

— Figuratevi che a quella sua villetta vicino alla Rocca, ha posto il nome di Villa Bianca!

— Peuh!