Ora nella Città del Capricorno, Bucalosso era una istituzione, insieme ai figli. Ne aveva sei: Libero di Bucalosso, Alvaro detto Tripoli, il Cagnaccio, Mazzini detto la Vigna, Danton detto il Pantalone e Garibaldo. Quest'ultimo era biondo mentre tutti gli altri erano neri. Strano! Il figlio biondo di Bucalosso aveva anche, nelle fattezze, qualcosa del Cavaliere dell'Umanità. Si spiegava il fatto col dire che la madre di lui, Angelica (oh, povera fante nel covo dei molossi!), avesse avuto, durante la lunga e laboriosa gestazione, sempre innanzi agli occhi una oleografia del Duce leonino. Il figlio nascituro si era venuto foggiando su tale immagine per un misterioso processo di assorbimento quotidiano. Cosa ammissibile anche questa. Così si possono riprodurre i grandi uomini.

Però la cosa non era indiscussa. Le donnacole petulanti avevano un'altra versione molto meno originale, nella quale il processo di assorbimento subiva una lieve sfumatura. Si sarebbe trattato di una facezia sentimentale della povera fante Angelica, dimessa madre. Questa avrebbe fatto uno sbaglio. Lo sbaglio di un'ora solamente, come un pisolino. Ma Garibaldo aspettava appunto quel pisolino perchè Angelica era feconda. Quando si dice la fatalità!... Ella conosceva un uomo; quest'uomo un giorno di agosto, era entrato da lei per dissetarsi e si era dissetato come è umano che avvenga. Poi aveva varcata la soglia per sempre; ma, dietro di lui, era rimasto il germe di un fantolino. Naturalmente Bucalosso non aveva mai sospettato neppur l'ombra di una simile facezia chè, altrimenti, la povera Angelica, umilissima fante, avrebbe saputo le vie senza ritorno. Bucalosso era di coscienza intemerata e bastava dicesse: — Voi siete una donna!... — per aver detto tutto. Ora, nonostante la deviazione di Garibaldo, il biondo, Bucalosso era ugualmente una istituzione e a nessuno sarebbe mai passato per la mente di fargli osservare che fra i suoi figli c'era un dubbio. Guai al maligno!... Bucalosso aveva la tempra delle sue coltella e ricamava, il virtuoso anatomico! Si diceva ch'egli avesse dispensato venti occhielli fra amici e nemici e sempre l'aveva passata liscia. I giudici si lamentavano dell'omertà romagnola, ma bisogna pensare che Bucalosso aveva, ne' suoi figli, sei aiutanti.

Il solo che avesse potuto affrontarlo ed accusarlo era il Cavalier Mostardo, ma Bucalosso, con ogni mezzo, aveva tentato e tentava di farselo amico. Poi erano repubblicani ambidue.


Vestito per bene: la camicia nera e molle, una gran sciarpa rossa, il cappelluccio a cencio (sgumarlîn si chiama pittorescamente in Romagna) lanciato fra la nuca e l'orecchio come un accessorio birbante, una giacchettina a scacchi, rossa e marrone, un nerbo di bue e cinque anelli nelle grosse dita, senza considerare la catena dell'orologio, tutta d'oro massiccio, Bucalosso si presentò alla casa di Mostardo.

La porta era aperta. Entrò e attraversò il cortile. Trovò Rigaglia sulle scale.

— Dove andate?

— Dal patrone.

— Mi ha detto di non far passare nessuno.

Chévat di lè! (Togliti di lì!).