Dopo tutto, anche se il Partito mormorava, poteva anche infischiarsene del Partito. Non aveva bisogno di nessuno, lui; era ricco. Ma perchè doveva essere sempre il Cavalier Mostardo nelle peste? Perchè sempre lui dove c'era da prendere una schioppettata o da darla?... L'onorevole, no, che non si metteva in tali arrischi; e nemmeno l'avvocato Suasia, nè tutti gli altri signori della Cattedra.
— Che cosa sono io: il somaro della compagnia?
E quasi quasi aveva deciso e stabilito tutto il piano della solenne ritirata, quando ad un tratto, essendo la luna più alta e più illuminato il cortile, un sonorissimo:
— Chicchiricchiiiii!...
lo scosse e lo tolse bruscamente dalla sua meditazione. Il gallo Francesco aveva cantato: il discepolo di Rigaglia. Però il Cavalier Mostardo pensò a un altro canto di gallo; pensò a un celebre tradimento e si vergognò!
— Per Bios, dovrei nascondermi mille miglia sotto terra!...
Rifece a ritroso la strada percorsa e si insolentì con opulenza.
— Sono un porco! Sono una grandissima carogna!... Dovrebbero prendermi e svergognarmi; dovrebbero mostrarmi alla gente come il più gran vigliacco del mondo! Sono discorsi da fare? Ho data o non ho data la parola?... E allora se hai data la parola devi mantenerla! Ti chiami Rigaglia o Mostardo? E non ti vergogni di ragionare come hai ragionato? Non ti vergogni di far vedere che hai paura? Non importa che tu cerchi scuse: hai avuto paura!... E adesso poche chiacchiere: avanti, e succeda quel che vuol succedere! Tu sarai sempre in prima fila. Si dovrà dire: — È stato il Cavalier Mostardo!
Così si veniva catechizzando quando il gallo Francesco cantò per la seconda volta. Allora il Cavaliere si rivolse indispettito, tese un braccio verso il pollaio e gridò:
— Cânta, cânta!... Ai pinsarò me a tirètt e' coll!... (Canta, canta!... Ci penserò io a tirarti il collo!...)