— Parla forestiero?...
Il Cavalier Mostardo incominciò per allibire, poi si mise le mani fra i capelli.
— Ma che cosa mi hai fatto ancora?... Dove l'hai lasciata?
— È sulle scale.
Rigaglia non perdeva mai la sua calma.
— Sulle scale?... — urlò Mostardo — Una signora forestiera me la lasci sulle scale?...
— Dove volevate la portassi se non capivo niente?
— C'è bisogno di capire, brutto somaro? Per chi l'ho fatto io il salotto: per te, forse?... L'ho fatto per la tua sudiceria?...
Rigaglia, vistosi in pericolo, infilò l'uscio e scomparve.
Ed ora bisognava rimediare alle bestialità di lui; bisognava che la signora forestiera, piantata là, in mezzo alle scale come una qualsiasi mendicante, si facesse un concetto ben diverso della casa del Cavalier Mostardo. In un secondo ebbe stabilito un piano e lo pose in esecuzione. Infilò di gran corsa la scaletta di servizio alla quale si accedeva dal cortile; attraverso, sempre al buio, tre o quattro stanze; rovesciò un tavolo, mandò in frantumi un magnifico servizio di porcellana per il the (l'aveva comprato dopo la visita in casa dei marchesi Alerami); fracassò una seggiola; si ammaccò il costato contro lo spigolo di una porta; battè la testa contro un muro; inciampò in un tappeto; si tirò dietro un porta ombrelli; rovesciò la gabbia del pappagallo; fracassò un vaso da fiori e giunse alla porta delle scale maestre. Allora accese il lume. Il suo passaggio era stato simile a quello di un ciclone. Aveva lasciato dietro di sè una solenne rovina.