Frattanto si atteggiò a persona ferita nella dignità, e disse:
— Ah no, madama!... Questo mi sembra piuttosto un cacume!
— Forse non mi spiego — mormorò Ninon Fauvétte.
— Oh, lei si spiega! Ho capito benissimo anche se parla difficile. Ma qui si tratta di principio, cara madama. È il principio che va innanzi a tutto. E il principio insegna che, oggi, ognuno è figlio delle proprie azioni. Uno nasce marchese, l'altro nasce, putacaso, verniciatore. Ma, dico io, se il verniciatore non ha le mani del marchese, può avere però una coscienza centuplicata. Mi spiego?... Il verniciatore può elevarsi dalla sua bassa statura e crescere più del marchese. Il principio è questo! Ora non si nasce più con un'eredità; l'eredità l'uomo se la busca campando, se la confeziona; è lui che non vernicia più le porte e le finestre degli altri, ma si vernicia la propria coscienza. Ha capito, madama?... Siamo tutti quanti figli dell'ottantanove! Mi guardi qui, per esempio, questi Conti del Papa. Quando l'esecrato clero comandava su la Romagna, capitava che, se un qualsiasi Marcantonio faceva un piacere alla Chiesa, eccoti il Papa che lo creava conte. Tutta la Romagna è piena di questi conti che non contano niente. Noi li chiamiamo i cunt de Pepa! Non hanno un soldo, non fanno niente, qualcheduno mostra il sedere fuori dai calzoni. È nobiltà questa? dica lei, madama, è nobiltà?... Così il popolo ride di questi nobili e li ha ribattezzati con un soprannome. Qui abbiamo: il conte Polpetta; il conte Piscione; il conte Cacadubbi; il conte Tremarella; il conte Bragone e via di seguito. Il Papa li ha fatti conti, ma sono meno del verniciatore. Il verniciatore ha la sua testa e questi conti non ne hanno. La nobiltà sta nella testa. L'albero genealogico è nella scatola del cervello, mi spiego?... Un momento... mi lasci finire. Così io mi chiamo Cavalier Mostardo; io ho fatto tutto da per me... io sono un nobile!... C'è poco da dire!... Quando il marchese o la marchesa Alerami mi mandano a chiamare non si abbassano mica!... Il Cavalier Mostardo potrebbe stare anche alla Corte, se non fosse repubblicano antico! Noi abbiamo combattuto sempre per l'Idea e ci siamo creati la nostra nobiltà, cara madama!... Era forse conte o marchese, Garibaldi?... Dica lei!... Era il leone dell'Idea, come Mazzini! E adesso sono per tutte le piazze. Altro che nobiltà!... Dunque deve dire alla marchesa Alerami che il Cavalier Mostardo, per generosità, dimentica tutto, ma che non vorrà mai più sentir parlare di lei.
Dopo la solenne tirata, la povera Ninon Fauvétte, fior di Parigi, fece il più raumiliato e compunto viso che si potesse e mormorò un:
— Mi scusi!... — che avrebbe commosso, nonchè il Cavalier Mostardo, il più fiero brigante dell'età eroica.
E il nostro Mostardo, che era tenero di natura e molto più tenero poi, nel particolar caso della bella madama, si affrettò a dire:
— Oh, ma lei non c'entra mica!... Lei è l'ambasciatore e non porta pena. Poi... — e si riaggiustò i polsi della camicia — poi... per madama Mignon...
— Ninon! — corresse la bella.
— Già!... Per madama Mignon... il Cavalier Mostardo sarebbe capace di fare anche... — si chinò innanzi, fece schioccar le dita e conchiuse con un sorriso birbone — ... sì, anche una minchioneria!...