— Vuoi anche saperlo? — e Mostardo si alzò dalla poltrona.
Di un balzo fu sul malcapitato, lo afferrò per le braccia, lo sollevò come se fosse uno sigaro, lo fece girar per l'aria due volte e si accostò alla finestra aperta.
I sozii guardavano impietriti e non osavano aprir bocca. Essi sapevano bene di che fosse capace il Cavalier Mostardo quando una cosa gli andava di traverso; conoscevano la sua forza prodigiosa e si guardavan dall'intervenire. Mostardo era buono a spacciarli tutti quanti se lo acciecava la sua violenza; era adunque meglio lasciarlo fare e raccomandarsi a Dio per l'anima del Giovinaccio.
Ora la finestra di quella stanza si apriva sopra un'ampia e ben colma concimaia.
In un balzo Mostardo fu alla finestra, tenendo saldo fra le mani robuste l'uomo che si divincolava e urlava. Ad un tratto lo sollevò e lo tenne sospeso nel vuoto per il solo tempo in cui gli disse:
— Guardala!... Quella è la tua casa!...
Poi lo scagliò nel vuoto.
Si udì un tonfo sordo e le voci dei sozii che mormoravano:
— L'ha ammazzato!...
Il Cavalier Mostardo ristette un attimo a guardare. Quando fu certo del fatto suo, si rivolse e disse: