— Proprio lui! — rispose Mostardo. — Di Borgnini non bisogna fidarsi. Quello può farci qualche brutta improvvisata. Te, Affogato, vien fuori. Andremo insieme all'Osteria del Gallo. Voi altri aspettateci sotto al campanile. Senza muovervi, siamo intesi? Potremo tardare mezz'ora.

— E se vi aspettassimo all'Osteria del Tacchino? — domandò il Cieco di Civitella.

— Già! Per prendere una sbornia e, dopo, la faccio io la ronda, è vero?... Sotto al campanile c'è da mettersi a sedere. Aspettateci là. Noi vi lasciamo anche le nostre biciclette. Di qui all'Osteria del Gallo ci sono due passi e andremo a piedi.

Si spiccarono dal gruppo e se ne andarono via.

La notte era chiara. Dalla Torre del Comune suonarono le ore. Il Cavalier Mostardo incominciò a contare:

— Uno... due... tre... — E, quando l'orologio ebbe battuto l'ultimo tocco, conchiuse: — Porco Dacco, sono le dieci!... È tardi e bisogna spicciarsi!

— Che bisogno c'è di far presto? — domandò l'Affogato.

— C'è il bisogno che c'è! O per Bios!... Se te lo dico io, è segno che lo so!

Mostardo abusava di simili risposte piene di convinzione. L'Affogato si accorse che non c'era altro da domandare. Però ebbe un dubbio ancora:

— Scusate... andiamo all'osteria con lo schioppo?