— Non dico di no; e potrò esserlo ancora se le nespole saranno mature. Ma io so ragionare e tu non capisci niente. Io so che cosa vuol dire: — fare la rivoluzione. — Ma tu, se senti solo un petardo, con rispetto parlando, te la fai addosso!... È vero o non è vero?... Va' là, mascherina!... Poi che cosa sai tu di Nazione, di Stato, di Politica, di Rapporti Internazionali, di Equilibrio del Mediterraneo e di tutti questi cacumi?... Che cosa ci capisci in tutta questa chincaglieria?... Povero merlo!... Fai la Rivoluzione! E poi?... Quando hai buttato in terra una colonna dove l'hai la colonna nuova da mettere a posto?... Vorresti andarci tu a comandare? Tu, il popolo?
— Che cosa c'entra?
— C'entra benissimo, c'entra!
— Ma non è vero.
— È tanto vero che, se non stai zitto, ti dò un calcio tale che il secondo te lo dà il muro!
E Rigaglia non rifiatò.
Il Cavalier Mostardo soleva conchiudere così le discussioni che non gli andavano a genio.
Erano per la strada; proseguirono di buon passo senza più far parola. Quando furono alla porta dell'osteria del Gallo, Mostardo trasse Rigaglia nell'ombra e incominciò a parlare.
— Tu lo conosci Borgnini, non è vero?
— Sì.