Il conte Polpetta, rassicurato meno che mai, continuava a nicchiare.
— Vi assicuro — continuò Mostardo — che nessuno vi torcerà un capello. Ve ne dò la mia parola d'onore. Via... comportatevi da uomo!
— Ma un par mio, non può offendere il proprio pudore anche per una ferita mortale!...
Eccelso fu il baccano che seguì alla risposta del nobile Polpetta e ciò che disse la brigata non è decentemente riferibile. Certo che se Mostardo non avesse comandato ai sozii, il povero nobile avrebbe passato un brutto quarto d'ora; ma il Cavaliere si impose e la cosa non ebbe il seguito che già lo sventurato conte Polpetta si attendeva. Nè ingiustificato era il suo timore, perchè la masnada aveva già lanciato il grido:
— Facciamolo Papa!
E sapeva ben lui quale scherzo si fosse quello di far Papa un pover'uomo! Basti dire che le parti le quali entravano in giuoco erano fra le più delicate e preziose, nonchè vergognose.
Il conte Polpetta la scampò perchè il Cavalier Mostardo non volle fosse fatto pubblico scempio dei più o meno utili accessori del povero nobile e di tale delicata attenzione il suddetto Polpetta si mostrò grato al suo protettore, tanto da perdonargli la schioppettata, che si era avuta, d'altra parte, il suo fiero e sconsiderato coraggio.
Quando il duce ottenne un po' di calma; quando tacquero le risate e i lazzi osceni, l'interrogatorio ricominciò:
— Ebbene, se non volete mostrarmi la ferita, salvo sempre il vostro pudore, vorrete almeno dirmi che cosa facevate a quest'ora in campagna e perchè ci avete dato l'alt, chi va là!
— Ho difeso il nostro grano — rispose il conte Polpetta.