Era un omone nero e squadrato a disgrazia, con certe mani scimmiesche ed irsute da sembrar arnesi da fucina.

Egli non appariva nè turbato, nè intimidito. Sostava da padrone sulla soglia di casa sua, guardando i sopraggiunti più con aria di sfida che con remissione. Fu il primo a parlare.

— Be' che cosa volete?... Che cosa avete da dirmi?

— Non ci conoscete? — domandò a sua volta Mostardo.

— C'è poco da conoscere!... Che cos'è che volete?

— Non importa alziate la voce. Sarà meglio per voi se vorrete ragionare.

— Allora ragioniamo!

Jusèf, voi non siete dei nostri e avete torto... — riprese Mostardo.

— Che cosa vuol dir questo? — fece l'irsuto.

— Vuol dire che siete un contadino e che non lavorate per il vostro bene.