Aprì un terzo giornale: «Il Sillabo». Lo spiegò e ristette sogghignando.
— Il sillabo?... — si chiese con ironia. — Incominciano con uno sproposito!... Io ho sempre saputo che si dice: la sillaba e non il sillabo... Poi che cosa c'entra la sillaba con il clero?... Forse avranno inteso dire che questo giornale è come un abbecedario del partito clericale. Bella trovata!... Già basta vedere il giornalista per giudicare l'organo. Roba sporca!... Via!...
E gettò anche quello. Ecco «La Forca», «La Lanterna», «L'Apocalissi!...». Si fermò a quest'ultimo ebdomadario, dubbiando. Che voleva dire Apocalissi? Scese dal letto, si accostò alla cassa dei libri, estrasse un volume e incominciò a sfogliarlo.
— A... a elle... a emme... a pi... Eccolo... — e incominciò a leggere: — Apiario... Apice... Apistico... Apocalisse e Apocalissi: Visione di San Giovanni Evangelista — Libro di questa visione. Parere il cavallo dell'Apocalisse. Essere un cavallo grande e rifinito. — Poi, più sotto, lesse ancora: — Apocalisse, s. f. Cavaliere dell'Apocalisse. Setta religiosa romana del secolo XVII.
Chiuse il librone e rimase pensoso. Ne capiva meno di prima. Ciò non gli dava un soverchio turbamento perchè, a vero dire, la cosa non era infrequente. Riaprì il giornale, gettò un'occhiata alla prima pagina; si trattava di un giornale nuovo ch'egli non aveva ancora esaminato. Ad un tratto ebbe una vampa al viso... aveva letto il nome del direttore: Libero Bigatti, il suo personale nemico e detrattore. La cosa lo lasciò alquanto turbato. Se Libero Bigatti stampava un giornale, molto probabilmente la pace di Mostardo era finita. Ebbe il presentimento di un attacco e incominciò a scorrere i titoli dei varii articoli e trafiletti. Ecco, in terza pagina, il suo nome stampato in grassetto. Ne ebbe soddisfazione e timore: soddisfazione perchè fa sempre piacere veder stampato il proprio nome in un giornale; timore perchè chissà che cosa diceva di lui quel Cavaliere dell'Apocalisse!
Lesse:
SI DOMANDA AL CAVALIER MOSTARDO — uomo di prontissimo ingegno e di bella e varia coltura, — quale valore dia alla parola «versipelle» della quale fa sì abbondante uso. E gli si domanda ancora in quale pregio egli tenga l'astuzia e cioè se l'astuzia sia, per il Cavalier Mostardo, una cosa spregevole o apprezzabile.
Se il Cavalier Mostardo vorrà usarci la delicata attenzione di rispondere, e vorrà toglierci dal nostro tormentoso dubbio, pubblicheremo la sua risposta con ogni onore e senza commenti.
Il cane celeste.
Il buon Mostardo si passò una mano sulla fronte perchè sudava. Faceva caldo e la prosa del Cane celeste non era refrigerante. In un primo tempo cercò, in detta prosa, gli estremi che giustificassero la risoluzione della faccenda per le vie più spiccie, così avrebbe fatto i conti col signor Bigatti una volta per sempre; ma tali estremi non c'erano, bisognava convenirne, e non è facile intendere l'ironia. Allora... versipelle... Ritornò al suo librone, lo aprì alla lettera vu, sfogliò: