— Portami i giornali.

— Eccoli.

Incominciò a scorrerli. Ecco «Il nuovo Aristogitone», l'organo del suo partito. Lesse i titoli; non c'era niente che potesse interessarlo; le solite cose. Ecco «Il Faro Socialista».: vituperi, insolenze, minaccie! Sempre le stesse parole: riscossa, rivoluzione, masse proletarie, borghesia, diritti del popolo, lotta di classe, sindacati, federazioni... un pasticcio monumentale, una Babilonia, un mercato del mondo! Il pascolo di Rigaglia!... Cosa poteva capirci, quel testone, in tanta fanfara? Che cos'è un Sindacato?... Che cosa vuol dire «evoluto e cosciente»?... Perchè ti chiami proletario?...

Da dieci o quindici anni egli leggeva le stesse cose senza capir niente, ma era sempre più convinto di essere un buon socialista con la sua brava rivoluzione in saccoccia, a un tanto al braccio e con un centigrammo di evoluzione giornaliera!... Più campava, più si faceva duro e più diventava cosciente. Era un bel miracolo!

A poco a poco, a forza di sentirsi dire: — Tu sei!... Tu hai diritto!... Il mondo è nelle tue mani!... La forza è tua!... E tu qua... e tu là!... — si era messo in mente per davvero di essere un qualche cacume!

E chi poteva convincerlo ora a rientrare nell'orticello della modestia; nella casolina della santa umiltà; nella serena strada del giusto mezzo?... Rigaglia era uscito per le piazze con un grande pennacchio, come un bandista, e folgorava, nel suo cocciuto sudiciume, come la più bella testa dell'Universo.

E il Cavalier Mostardo se la prendeva con Turati e con Treves, coi due magni pastori che dovevan ben dargliela un po' di educazione a Rigaglia, prima di mettergli in mente certe cose e mandarlo per le piazze con un pennacchio rosso, come un bandista di Scaricalasino! Ora quel testone diceva:

E' pòpul!...

E tanto gonfiava che, una volta o l'altra, sarebbe scoppiato certissimamente.

Il nostro Cavaliere mise da parte anche «Il Faro socialista»; non volle legger cose che gli avrebbero avvelenato il sangue.