Aveva avuto una notte combattuta e, benchè ne fosse uscito trionfatore, doveva trovare, nel sonno, un compenso alle consumate energie.

Eran forse le nove e il gallo Francesco cantava ancora scuotendo i lunghi bargigli e la cresta a parafulmini, quando il nostro eroe, ad un tratto, ebbe un sussulto improvviso, un grugnito e balzò a sedere sul letto...

— Porco Dacco!... Che cos'è stato?

Che cos'era stato?... Certo non potevan rispondergli nè Innocenzo Cappa, nè la Repubblica, effigiata come una matrona, con molte mammelle; egli solo poteva rispondersi, ricercando fra le ultime nebbie del suo dileguante sogno mattutino, la ragione dell'improvviso risveglio.

Che cos'era stato?...

Si passò una mano sulla fronte, si soffregò gli occhi... Ah, ecco!...

Aveva sognato che Libero Bigatti, il repubblicano anarcoide del quale aveva avuto ragione di dolersi, durante l'ultima riunione in casa dell'Onorevole, nel Caffè della Piazza col più grande, si era preso giuoco di lui.

Erano in crocchio; c'era la meglio gente della Città del Capricorno; egli parlava tenendo desta l'attenzione di tutti, quand'eccoti saltar fuori il signor Libero Bigatti!... La perfidia della Cattedra!... Sorrideva con una malignità da sacrosanti ceffoni come se il Cavaliere non stesse raccontando che panzane e strampalerie; sorrideva e nicchiava, il signor Padre Eterno, e Mostardo aveva deciso di metterlo a posto una volta per tutte, allorchè, nell'impeto della giusta collera, il sonno gli si era rotto ed egli balzato sulle coltri senza saper più che accadesse. Ora si guardò attorno smarrito, poi discese dal letto, aprì le finestre. Un gran sole fu per la stanza.

— Che ore saranno? — si chiese il Cavaliere. — Debbo aver dormito molto!... — Poi chiamò: — Rigaglia?... O Rigaglia?

Rigaglia comparve.