— Eccolo, — rispose Mazzini.

Allora Mostardo prese un lapis e scrisse a lettere cubitali:

Evviva la Repubblica!

Puntò il cartiglio sul petto dell'avversario suo; fece legare quest'ultimo alla porta della Camera rossa e dileguò con la brigata.

Nasceva l'alba.

Giustizia era fatta.

CAPITOLO IX. Dove, fra l'altro, si spiega quale valore desse, il Nostro Cavaliere, alla parola «versipelle»; e di nuove venture che gli toccarono.

Ora il Cavalier Mostardo dormiva nel suo gran letto di quercia massiccia, fra un ritratto di Mazzini ed uno di Garibaldi. Aveva, appeso al muro, sopra il tavolo da notte, dove la gente religiosa tiene l'acquasantiera, una vecchia carabina; la Santa Carabina; e, sul tavolo da notte, invece della bottiglia e del bicchiere per l'acqua, era posato un ampio boccale verde con sopravi la dicitura consueta: «Evviva la Repubblica!». E la Repubblica abitava con lui in quel suo stanzone severo, inelegante, dal mobilio spaiato, dalle pareti squallide; la Repubblica occhieggiava attraverso una grande bandiera rossa, appoggiata in un angolo; sorrideva da un berretto frigio; strepitava in una serie di disegni allegorici incollati al muro; minacciava in una collezione rilegata del vecchio giornale «Aristogitone»; si umanizzava in una statuetta simbolica in coccio, sopra il canterale; si divinizzava nei trionfi dell'ottantanove, matroneggiando in disegni e oleografie sparsi qua e là per la stanza.

L'alba batteva alle finestre; ma il Cavalier Mostardo dormiva e la Repubblica con lui. E benchè Innocenzo Cappa, a capo del letto, in una fotografia disposta con bell'arte sotto la Santa Carabina, vegliasse con quel suo tipico sorriso fra la malinconia e disincanto, bonariamente guardando quella sua romagnola forma di fede repubblicana, in realtà tutto il simboleggiato strepito cadeva con le immagini e le forme nel sonno del Cavaliere. Questi riposava come un sant'uomo che ha diritto a una tregua, nè il reiterato canto del gallo Francesco, nel cortile; nè il tok, tok... degli scarponi ferrati di Rigaglia avevano il potere di rompere quel profondo e compiuto riposo.

Batterono le ore, il sole avanzò nel cielo, suonarono le messe ai vari campanili della Città del Capricorno, ricominciò il fragore dei veicoli trabalzanti sull'ineguale acciottolato delle strade, ma il Cavalier Mostardo tenne duro.