— Che vuoi?
— Vai via così?
— Perchè?
— Neppure un bacio?
Ritornò sorridendo, le stampò due grandi bacioni sulle guancie e partì che si sentiva ringiovanito di vent'anni.
— Ah, Spadarella, Spadarella!... Se tu non ci fossi che ne sarebbe di questo povero insensato, con tutta la sua Repubblica?...
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi sedevano ad un tavolo e giuocavano a tressetti. Tanto erano intenti alla loro partita, che neppure l'udirono entrare. Era questa una loro particolarità. Siccome erano sempre insieme, il gobbo Pulizia portava con sè di continuo, in una delle ampissime tasche della gabbana, un mazzo di carte. Ad ogni sosta iniziavano una partita a tressetti. Si giuocavano un soldo a testa e non avevano mai aumentata la posta. Durante il giuoco usavano insolentirsi con abbondanza; ma, con l'ultima carta gettata sul tavolo, tutto era finito e dimenticato.
Li chiamavano l'amico Cesare e l'amico Ciliegia. Erano repubblicani fino alle midolle.
Il gobbo Pulizia «e' gobb Pulizì» si era guadagnato tale battesimo per la sua meticolosa cura della nettezza. Era un ossessionato della nettezza. Durante l'estate diventava nervoso e teneva ermeticamente chiuse tutte le finestre e le porte di casa perchè non entrassero mosche. Un cerchiolino di mosca in uno specchio o in un foglio di carta poteva farlo malinconico e preoccupato per una settimana intiera; una tela di ragno in un qualsiasi angolo della casa lo riempiva di tristezza. Dava la caccia alla polvere sopra e sotto ai mobili; fiutava le macchie sul pavimento; aveva inventato un arnese per pulir fino i buchi delle serrature, fino gli interstizi fra mattone e mattone. Non trovava fantesca che potesse reggere con lui; dopo poche settimane di esperimento tutte lo abbandonavano. Tanta era la cura sua di non insudiciare nulla che, in casa, camminava in pedùli e, prima di sedersi, si spazzolava il fondo dei calzoni.