Il Cavalier Mostardo si dette a misurare la stanza a grandi passi; incominciava a perdere la calma che si era imposta.
— Vogliono anche sconfessarmi?... Non ci si provino! Non mi conoscono ancora. Ma a che giuoco si giuoca?... — e piantò gli occhi bui sui due amici. — Mi cacciano nel pericolo e poi non vogliono riconoscere il mio operato?... Si sbaglian di grosso, cari miei! Vedrete che cosa farò, io.
— State calmo, Mostardo...
— Macchè calmo!... Queste sono porcherie. Vorrei che ci si fosser trovati loro, questa notte, a far le schioppettate fra i campi!
— Certo che non deve esser stato piacevole!
— Bravo! Tutti questi cattedratici sarebber diventati tanti fornicari perchè dove c'è del fumo ci si sta male. E adesso, a cose finite, quando non c'è più pericolo, almeno per loro, fanno le adunanze... vogliono sconfessare!... Dì che si provino!...
Vi fu un silenzio. Il Cavaliere passeggiava furiosamente per la stanza e, di tanto in tanto, ripeteva come a sè stesso:
— Dì che si provino!...
Allora il gobbo Pulizia disse:
— Mostardo perchè inquietarsi tanto?