Le trebbiatrici erano partite alla chetichella dal loro grande deposito presso la città del Capricorno e si erano sparse un po' qua un po' là per la campagna, fermandosi nei luoghi più opportuni a prendere l'avvio per muovere all'assalto delle aie. Tale dislocamento era stato studiato tanto dai rossi quanto dai gialli con minuziosa cura e, molte volte, i due avversari si trovavano all'agguato a poche centinaia di metri.
In questi casi, la reciproca sorveglianza era accanita e continua. Ora, fra i tanti, uno dei punti di maggiore pressione era San Zaccaria, dove le squadre rosse e le squadre gialle erano più numerose, più agguerrite e più violente.
Si avvicinava l'ora dell'attacco. Una placida sera di estate moriva nell'immensità di un cielo tersissimo. Pei campi, biondi di stoppie, non erano voci di biolchi, chè le terre non si aravano ancora; appena passava qualche tocco di campana raminga, chissà da quale pieve deserta. Una campana per le anime dei morti, non per un solo vivente, chè, in quelle plaghe, di Iddio e del padrone ne avevano fatto un solo fascio per un odio solo. E i poveri piccoli bruti, sotto la guida di qualche positivista o materialista di quinta mano, si gonfiavan d'aria e di parole, di oscenità e di penosa miseria rinegando la sola scarsa poesia della vita.
Nè Dio, nè padrone.
Passava appena, nel cuore del silenzio campestre, un alito di campana moritura per le anime di un tempo, per la dolcezza e la poesia di un tempo.
Poi anche la sera se ne andò per lasciar posto alle stelle.
L'estate indiadema il cielo, apre le strade profonde per chi guarda lontano.
Con la notte illune, le due parti si disposero all'uscita.
Furono primi i rossi. Quattro macchine erano in pieno assetto di guerra, le grandi ruote fasciate di paglia.