Per ingannare la sorveglianza dell'avversario conveniva sopprimere ogni suono e la cosa non era agevole dati gli enormi ordigni che si dovevano trasportare e le improvvisate strade da battere; ma i meccanici avevano lavorato e giorni e notti intiere a ripassare pezzo per pezzo ed erano corsi fiumi di lubrificanti. Ora il miracolo si era compìto. Le trebbiatrici dalle ruote fasciate di paglia, scivolavan nel silenzio trainate da tre, da quattro coppie di buoi.
Si formò una colonna.
Andavano innanzi gli esploratori armati, seguivano i carri con le fascine, poi un primo gruppo di braccianti muniti di vanghe, di zappe, di leve, di badili, di funi, di trivelle, di seghe, di travi: seguivan le macchine circondate da tutto il corpo, uomini e donne, che doveva farle agire: chiudeva la colonna un secondo gruppo di braccianti, più folto e numeroso.
Torno torno sorvegliava un nugolo di informatori e di esploratori.
Non appena uscita dal ricovero e spiegata sulla strada, la colonna sostò.
Ermenegildo Casagrande, detto Pulôn, era il generale. Un vecchio bracciante ispido come un carciofo. Pulôn, fermata la colonna, parlò a bassa voce a coloro che aprivan la marcia. Nessuno si accostò che non fosse chiamato.
Con Pulôn si raccolsero gli anziani.
— Adesso — disse Pulôn — dovete voltare per quel viottolo e prendere di traverso per i campi.
— Ci sarà da fare! — rispose Masino.
E Ricôn: