La chiara notte estiva era senza voce. Ad un tratto, sulla non remota collina, apparve un fuoco. Forse una bica che ardeva o un fuoco di gioia per una sagra?

Le donne e le ragazze, sull'alto della trebbiatrice, si volsero a guardare.

Una gran fiamma lontana, nel cuor della notte, ha sempre un singolar fascino e chiama l'anima delle genti disperse per le solitudini agresti, come le torme degli uccelli migratori.

A mezza strada incontrarono Pulôn. I pontieri avevan compìto l'opera: attraverso al gran rio, pienato di fascine, si apriva una strada di travi e di solide assi di quercia.

Pulôn esaminò l'opera e fu contento. Gridò:

— Avanti!

La fiumana si rimise in moto.

Già apparivano, dietro gli olmi, i pagliai dell'aia dei Battisti. La mèta era prossima. Gli scamiciati sentivan l'ardore dell'urlo e dovevan tapparsi la bocca. Non si poteva. Il Generale aveva imposta la fatica; aveva comandato il silenzio. Da filare a filare, per tre campi e più si distendeva l'esercito degli assalitori; il formicolìo degli uomini, dei buoi, dei carri e dei carretti. Pulôn guardò quel suo popolo in marcia: l'avvenire veniva innanzi così, per l'assalto. Oh! poter condurre quella gente a un improvviso assalto della Città del Capricorno!... Tutti i gialli, cianciatori di Repubblica, avevano pensato mai di impadronirsi del potere?... E non era difficile! Bastava tagliar i fili del telegrafo e del telefono; assediar la stazione, devastare i binari, far saltare i ponti. I guardiani della borghesia erano scarsi e non sarebbero usciti dalle caserme. Pochi uomini di buona volontà e bene organizzati potevano condur la sorpresa. Pulôn sentiva che il domani era in suo potere.

Camminava così, sempre solo, le mani annodate dietro le reni, a fianco della trebbiatrice, quando si fermò ad attendere un uomo che correva a lui.

— Che c'è di nuovo?