Allora Pulôn chinò la faccia e, annodate le mani dietro le reni, ritornò sui suoi passi lentamente. Che avrebbe deciso? I compagni non osavano interrogarlo. Sulla sua faccia ossuta e fosca non si poteva leggere nè il bene nè il male. Ciò che passava dietro la sua piccola fronte rugosa, mezzo nascosta dagli incolti capelli, era un mistero per tutti. Pulôn non aveva amici e non conosceva abbandoni; non dava e non chiedeva niente; i suoi simili gli erano tutti egualmente lontani e indifferenti. Non aveva che da soddisfare, con cieca brutalità, un odio atavico. Se il destino gli avesse dato il potere, avrebbe rizzata una forca ad ogni bivio; un patibolo in ogni piazza. E dal patibolo avrebbe amministrata la sua fiera giustizia livellatrice. Niente, come una lama o una corda, può far scomparire le differenze fra gli uomini. Pulôn saliva dalla moltitudine; il cuore indurito dai secoli. Le sofferenze millenarie delle plebi avevano il nome e la faccia di lui. Il popolo doveva rifarsi. Troppo si era ammazzato nel nome della civiltà; ora la rossa fiumana avrebbe avuto un nome diverso.

Camminò fra il silenzio della sua gente. Ad un tratto chiamò:

— Pi-ross?

Si fece innanzi un giovane.

— Va'... corri... dì che attacchino sei paia di buoi alla macchina e che vengano avanti di forza. Fa presto.

— Li aspettate qui?

— Sì. Fa presto!

Pi-ross partì come una palla da schioppo. L'ordine fu dato. Si trassero i buoi giganteschi dalle stalle, furono aggiogati, unendo poi l'un paio all'altro per mezzo delle zerle, e come la lunga fila si spiegò sull'aia, gli uomini, coi pungetti ne provocarono la forza. Uno strattone, il pesante ordegno fu spostato; i buoi si avviaron quasi di corsa. La trebbiatrice ondulava sussultando per le ineguaglianze della viottola erbosa.

Sulla piattaforma, in alto, erano in piedi le donne e le ragazze addette a sciogliere i covoni. Un trepestìo sordo, un affanno continuo nei punti più difficili, quando la forza dei bovi pareva non reggesse all'impresa. Allora un nugolo di uomini, con leve, paletti e vanghe si affollava intorno alla macchina testarda e chi, puntata una spalla a una traversa della trebbiatrice, si inarcava nell'impeto di uno sforzo erculeo, chi spianava il terreno, chi accorreva con assi e fascine a farne letto alle ruote, chi punzecchiava i bovi; e grappoli umani, in un aggroviglio magnifico di membra, disposte quasi circolarmente nello sforzo combinato, spingevan pei raggi le ruote, ad unir forza a forza nella disperata energia di una volontà invincibile.

Così anche i mali passi eran superati. Sul molle terreno si imprimevano fondi i solchi delle ruote.