— E' fugh!... E' fugh!... (Il fuoco!... Il fuoco!...) si scagliò verso la torre del Comune.
Era il nostro Mostardo.
Dopo non molto la campana d'allarme suonava a martello, senza tregua, senza riposo, in un impeto disperato. Pareva vi si fosser posti in venti a tirar per la corda. Non la si era udita mai tempestar così, soprapossa!... Annunziava il finimondo!
Dati i tempi che correvano, con quel po' po' di venticello rivoluzionario che spirava intorno, quella chiamata a raduno fece tremebondo più di un core. Suonavano al fuoco, o si voleva il popolo in piazza per altri scopi? Non era forse il tentativo di una rivolta improvvisa? Chi era che suonava?
Gli Agrari furono tutti in piedi, in un battibaleno, il marchese della Pipetta si affrettò a squagliarsi, scivolando via sotto la propizia ombra dei portici. Il conte La Perla voleva farsene beffe, ma la sua beffa avrebbe dovuto appoggiarsi a un esempio che non si sentiva di dare. Anche il conte La Perla, con la scusa di incuorar le sue donne che potevano spaventarsi, dileguò per un'altra via. L'esempio fu seguito dai più. I rappresentanti la classe assalita con tant'impeto dal popolo, si addimostravano veramente, pieni di ferma fierezza e di incrollabile ardire.
Zìrolum rideva. Le mosche non c'erano più; c'era solamente il suo garibaldino core che si divertiva.
Degli Agrari non rimasero che l'ex-onorevole Biancini, Gioacchino Albati, Cesare Baccicalupi e Oreste Malnessi. Quattro persone!... E gli altri avevano avuto molti bisogni improvvisi e molta gamba.
— Ma chi suona? Si può sapere chi suona?
— Credo sia Mostardo, — rispose Zìrolum.
— Mostardo? — domandò l'avvocato Albati. — E perchè?