— Nella valutazione di ciò che accade. Ma d'altra parte è il destino vostro. La combattività vostra, della classe che rappresentate, cioè, ha già reso tutto il possibile ed ora non può essere che superata.

La cosa non consolò gli astanti, anzi li indispettì. Fu allora che l'ex-onorevole Biancini, punto sul vivo dai giudizi dell'Uomo Pacato, gli domandò, non senza una punta di acredine:

— Ma scusate, a quale classe appartenete voi?... Se non siete proletario nè aristocratico, dove confinate il vostro destino?

L'uomo Pacato sorrise.

— Avete ragione. Dove confino io il mio destino? Questa domanda non mi è nuova perchè tante e tante mai volte io stesso me la sono rivolta. In tempi di materialismo economico in cui non si esaltano e non si ritengono utili se non i valori di immediata praticità, che cosa rappresento io, nella Città del Capricorno?... Zero!... Domani, imperando la Dittatura proletaria, io, povero uomo dalle mani senza calli, dovrei esulare ed abbracciare l'islamismo o il confucianesimo. Ammettiamo ch'io abbia ingegno; ammettiamo anche che questo mio ingegno possa dar vita a qualche valore spirituale, ciò, imperando la suddetta Dittatura, non farebbe che aumentare il mio crimine di lesa maestà del lavoro manuale. Oggi il mondo si divide fra coloro che fabbricano pentoli e coloro che posson riempirli; l'altra classe, che soleva romperli solamente, non può più sussistere. Oggi l'umanità non ha bisogno di altro cibo che non sia quello della bocca. Liberatasi, per modo di dire, dalla sua eredità millenaria, si rifà da capo con l'idea di instaurare un regno di giustizia universa che incomincia poi da tutte le ingiustizie e da tutte le tirannie. Be', e anche questo è fatale! Il fatto si è che, quando si potrà arrivare ad un assestamento, sempre transitorio, come tutto è transitorio ed eterno nell'Universo, noi non saremo più. Ma oggi come oggi, nel centro di questa Città del Capricorno, che è il cuor di Romagna, io appunto, caro onorevole, non appartengo a nessuna classe, sono uno sclassificato. Da ciò la mia libertà di giudizio, se così vi piaccia giudicarla. Alla fin delle fini, non ho nulla da perdere, nulla da guadagnare. Io non aspetto, accanto, alla mia malinconia, se non l'ultima sorella della nostra vita. E vivo in un orto. Non da principe, ve lo assicuro! Ho, con me, una vecchia donna ed un gatto. Mi accontento. Potevo rimanermene nelle metropoli tumultuanti... ho preferito il nido dal quale credetti allontanarmi per sempre, a sedici anni. Noi, romagnoli, soffriamo di nostalgia acuta. Questa nostra terra non cessa mai di chiamarci, anche nella estrema distanza. Quando si incomincia a sentir di morire, bisogna rispondere alla sua voce lontana. Val la pena di ritornare per ritrovar un po' dei nostri quindici anni all'angolo di una strada malinconica e solitaria, sulla porta di un giardinetto di beghine, al davanzale di una finestrella che non avrà tramutato. Ed ecco perchè io sono ritornato sotto lo stemma del patrio Comune, all'ombra dell'aquila imperiale con l'uovo gallato della Democrazia!... Libertas!... La parola è lassù, guardatela — e levò il braccio verso il fastigio del Palazzo Comunale. — E da più di settecent'anni il popolo nostro, per varie forme e concetti, parla e si ordina in Repubblica! Libertà!... Qui, dove era più caldo il cuore, più facilmente l'uovo dette vita al secolare pulcino. In altri luoghi apparve la stessa parola, ma l'uovo rimase infecondo; solo da noi si dischiuse al destino di una creatura la quale, per sua buona o mala sorte, non potè crescere mai a pieno sviluppo. Da ciò l'eterna giovinezza repubblicana, fra le nostre genti. Ora io amo questa Repubblica nostra in fieri e, sentimentalmente, mi dichiaro repubblicano. Oggi che la sento morire, dopo tanti secoli, questa bella e generosa idea mi appassiona. Viene innanzi qualcosa che non ha il suo lume e la sua bellezza spirituale. Il fiero ed eroico romanticismo de' suoi ultimi epigoni, viene travolto da un'onda limacciosa. Una squinternata baraonda di folli estremismi trascina quella parte del popolo che è più cieca e brutale e io non vedo ancora se domani vi sarà posto per l'anima, il cuore, il gesto di un uomo, nella follìa collettiva dell'uniforme! Sì, vi sarà, ma per quali tragedie dovremo passare, innanzi che i diritti dello spirito e dell'individuo vengano riaffermati?...

Tacque e, con lui, tacquero gli altri. Ciascuno avvertiva la stessa minaccia, ma non uno sapeva rispondere al quesito. Gravò su di loro come un incubo improvviso e il conversare non si rianimò.

Si separarono.

La Città del Capricorno era ritornata tranquilla, come tutte le sere: si raccoglieva fra i suoi scarsi fanali, cercava l'ombra del sonno.

All'altro lato della Piazza sbucò una comitiva di giovani, i quali berciarono per un poco, bestemmiando, come coloro che si sentivano gravidi di avvenire e di strapotenza; poi, una voce rauca intonò l'Internazionale e, dietro la prima, si levaron le altre, a coro.

L'Internazionale, sì, ma sulla porta dei popoli forti e scaltri e non mai allo stesso banchetto!..