Si disse:

— Bisogna davvero ch'io sia di ferro, per resistere a tanta fatica!

Ma la fatica era niente. Peggio della fatica erano gli uomini. Ecco il castigo! Egli credeva che il Signore avesse segnata la vera tremenda condanna degli uomini quando incominciò a moltiplicarli sulla terra.

Crescete e moltiplicate. Questa era la maledizione del Signore!

La campana dell'alba suonava sempre. Egli vedeva, nel chiarore nuovo, una piccola casa bianca, levata sulla cima di un colle. Aveva, a lato, tre grandi pioppi che salutavano il sole. Un nido di passeri, nel turchino.

Gli occhi suoi non sapevano distaccarsi da quella visione.

Possibile che la famiglia, la quale dormiva così, sotto quella pace di cielo e di stelle, non dovesse avere un gran riposo in cuore? La invidiò. Egli aveva fatto della sua vita una bandiera e non ne valeva la pena. Meglio sarebbe stato andarsene per il mondo, senza mèta e non conoscere nessuno, oppure aver elevata una casa come quella... un altare bianco sui colli delle rugiade e del sole; un poco di spazio per un'ombra e un silenzio e per la bocca dell'amore...

Il capo gli si curvò.

Aveva un gran sonno. Bisognava infatti che avesse un gran sonno e fosse molto stanco per ragionar così, il Cavalier Mostardo.

Poi non vide più la casa; non vide più gli occhi dell'alba; a poco a poco, a poco a poco si arrovesciò sulla panchina e si chiamò Nessuno, nella tenebra del suo riposo.