Per quanto la faccenda della battitura procedesse con esito favorevole ai gialli, e per quanto l'opera del Cavalier Mostardo cominciasse ad esser valutata ogni giorno più, il nostro eroe non era contento, anzi attraversava un periodo di inconsueta tristezza.

Non gli attacchi del clero e dei socialisti gli annebbiavano la vita, e neppure il gran sussurrìo che aveva seguito l'ultima sua avventura e la scomparsa di Carlotta; ma il silenzio di lei, della sua Mignon, dell'eroina del gaudioso sogno napoleonico de' suoi cinquantacinque anni.

Ella era discesa nel mistero! Dalla notte dell'incendio e dalla sua corsa folle, attaccato ad una pompa, verso il Conventino, non ne aveva saputo più niente. La lettera di lui era rimasta senza risposta. Le sue passeggiate notturne, sotto il palazzo dei marchesi Alerami, non avevano avuto risultato diverso da quello di renderlo ancora più triste. Era la prima volta, nella sua vita battagliera, ch'egli soffriva così, per amore. Se gli avessero detto, un solo mese prima, che si sarebbe disperato per una donna bella e infedele, avrebbe messo alla porta, con palese sdegno, l'insolente.

Ma ora, il povero Cavaliere, si curvava sotto il peso del dolore.

Perchè era dolore, e di quello buono!

Non dormiva quasi più; mangiava quanto un canarino.

Dov'era, dov'era il nobile e robusto Cavalier Mostardo dallo stomaco pugnace?... Dov'era l'eroe delle cene, sempre pronto a sollazzarsi in strippate, scorpacciate e pappatorie? Dove smarrito, l'ubertosissimo colosso che si sarebbe coricato in una leccarda, ai suoi bei tempi, per esser pronto a satollarsi ancora, negli intervalli del sonno?...

Ahi, ch'egli aveva rinnegato, ormai, le buone pietanze grasse e succolenti e, preso dai melanconici umori, si estraniava per le contrade dei sospiri!...

Una grave voce interiore gli aveva detto: