— Ma come? E questa... — e incominciò a frugare nella borsetta.
— Già!... Due mesi o giù di lì. Ho avuto un panereccio a questo dito. Si figuri di vedere un paracarro, cara Proli! Si fa per dire ma le assicuro che sono stato male. Certe fitte!... Mi ha dato perfino la febbre; e un febbrone da cavalli! Ah, i panerecci! Pare così, ma sono faccende serie!... Uno si vede gonfiare, gonfiare che non sa dove vada a finire. Si addormenta con un dito e si desta con un obelisco...
— Scusa... — continuò la signorina Proletaria Sapelli, che non aveva intesa una sola fra le tante parole pronunziate dal Cavaliere nel frattempo, intenta, com'era, alla ricerca; — scusa, e questa chi l'ha scritta?...
E brandiva, alta, la lettera compromettentissima. Egli la riconobbe alla prima occhiata, però mantenne il punto di intransigente innocenza. E domandò con limpida schiettezza:
— Che cos'è?...
— La tua lettera.
— Cara mia, questo non può essere.
— Smettila di fare lo gnorri.
— Lo gnorri?... Di fare lo gnorri?... — Ecco una parola che lo turbava, per Bios! Una parola della Cattedra. — Cara Proli, lo gnorri potremo farlo insieme; ma io solo, no! Mai e poi mai!...
Credeva di essersi salvato con sottile astuzia; ma Proli gli rise sulla faccia.