E quattro anime eran rapite così nello stesso amore. Fu prima una dolce sonata di Frescobaldi che Spadarella eseguì sul clavicembalo dalla voce dispenta; poi cantò. Cantò un brano della Traviata; un altro dei Pescatori di perle e la romanza della Vally:
... ebben ne andrò lontana...
Ma dove la toglieva, la piccola gola di usignoletta, tanta passione?... Da dove le derivava una così grande intensità di ardore?... Come poteva conoscere tanta tristezza, da far piangere le quattro creature in adorazione?...
... ebben ne andrò lontana
come fa l'eco della mia campana...
Così tutta la nostalgia della povera umanità tribolata partiva con l'anima di Spadarella sul vento della sera. Ella cantava per tutti i cuori che si levano sul vento della sera, quando la malinconia li raccoglie oltre la fatica e il deserto. E la sua voce era la cosa più pura ed angelica che potesse levarsi sul mondo delle anime appenate.
Un altro uditore entrò che si tolse il cappello e rimase fermo sulla soglia: Asdrubale Tempestoni. Nessuno gli pose mente.
Poi scoppiò un urlo e chi gridò più forte fu lui, Tempestoni:
— Questa vale dieci volte la Melba, la Patti, la Tetrazzini, te lo dico me!...
E giù ad applaudire da schiantarsi le mani. Si udiva Spadarella che rideva nella stanza vicina.