— Un mio pidocchio val più di tutte le vostre decantate conquiste! E ve lo spiego subito. Abbiate pazienza. Da più di un secolo, durante tutto il vostro lungo e vano alunnato rivoluzionario, voi, fra le mille altre corbellerie, fra le lustre di cui avete pasciuto e pascete la bestialità del popolo, una ne avete posta innanzi sempre più sciocca, fra tutte le sciocche: la libertà, la vostra famosa libertà!... Sicuro, la vostra famosa libertà!... Ma che cos'è quest'araba fenice? Come si manifesta o si è manifestata dopo tanto frastuono, tanta guerra e tanto sangue? Quali intieri e reali vantaggi ha portato ai paria, ai diseredati del mondo?... Nessuno!... Io vi dico, nessuno!... L'egoismo dell'uomo, la sola sacra forza di vita e la sola rispettabile, è stato sempre schiavo della vostra infame concezione statale. Voi vi siete fermati al giusto mezzo, alla mediocrità, alla quiete. Il vostro Stato ha protetto la prepotenza di un gruppo di egoisti. Che cosa hanno reso le tanto decantate conquiste?... Niente!... Io dico niente!... Ora una libertà che non dia niente, non serve a niente! Mettetevi bene in mente quanto sono per dirvi, caro signor Mostardo; la vera libertà deve essere una nostra proprietà, dobbiamo esser liberi di fare tutto quanto ci piace secondo il nostro egoismo e il nostro tornaconto e non dobbiamo riconoscere nessun'altra forza e nessun altro egoismo al di sopra di noi. Ciò che io voglio è giusto; ed è giusto appunto perchè io lo voglio! Guardate che cosa è scritto lassù. Guardate. Voi sapete leggere. Lassù è scritto: — Ciascuno ha in sè la propria causa! — Ciò che vuol dire che ciascuno fa Stato a sè; nel giro di ciò che può compiere è più che Imperatore e più che Dio. Noi siamo finalmente liberi, tutti liberi perchè ci siamo disfatti fino in fondo del peso originale dell'umanità! Ecco dunque perchè un mio solo pidocchio val più di tutte le vostre belle fandonie, caro signor Mostardo!
Rigaglia, a tale sfolgorante parolame, scuoteva la grossa testa a quando a quando e, come Spintàcc ebbe finito mormorò:
— L'ha parlè bèn. (Ha parlato bene!).
Allora Mostardo prese Rigaglia per il colletto, lo sollevò da terra due volte e lo sbattè a terra due volte, tanto che il tonfo degli scarponi fu marcatissimo. Poi gli disse:
— Adesso imparerai a star zitto!
Rigaglia, che si era insaccato, si raccolse, sotto l'ombra della sua gabbana che gli saliva fin sopra il cocuzzolo e più non rifiatò. Compiuta questa prima faccenda, il Cavaliere si rivolse all'oratore e domandò:
— Hai veduto che cos'ho fatto a Rigaglia?
— Sì.
— Allora ho ragione io!
— Perchè?