Naturalmente, non uno fra i tanti sapeva usare lo strumento del quale disponeva. Grandi prove lungo la strada. Zurzôn raccomandava la massima serietà.

Ed eccoli a Russi. Enormi accoglienze, evviva, battimani. Una folla da impaurire. La cosa non era troppo chiara. Ma Zurzôn non poteva ritirarsi. Furono accompagnati in piazza da una turba acclamante. Giunti a destinazione, l'automedonte voleva andarsene allo stallatico con i cavalli; Zurzôn non lo permise.

— Perchè?

— Tu non devi saperlo. Aspettaci qui.

E, fattosi cuor risoluto, disposti che ebbe in un bel semicerchio i suoi bandisti e afferrata la bacchetta dette il segnale di avvio.

All'infernale frastuono che si liberò seguì un primo tempo di stupore, da parte degli ascoltatori; poi un secondo tempo di esitazione; ma, in un terzo tempo, lo sdegno e l'ira furono tali che i concertisti l'avrebbero passata brutta se salvatisi sull'omnibus, non si fossero difesi dalla furia degli assalitori accendendo e lanciando contro i medesimi i razzi che avevano portato per abbellire la festa notturna.

Lo stesso Zurzôn, quando andava a caccia in Pineta, soleva salire sul più alto pino per imitare il verso del chiù e trarre in inganno i compagni. Però, scoperto bene spesso dai compagni, era preso a schioppettate tantochè scendeva col sedere impallinato.

Lo stesso, al gobbo Pulizia, un giorno che lo trovò a dormire in un orto, dipinse col più rosso minio le parti vergognose. Il povero gobbo aveva il sonno durissimo. Quando si destò e si accorse del cambiato colore delle sue delicatezze fu preso da tale e tanto spavento che, corso da un medico, gli riferì il fatto alla disperata, soggiungendo con voce piangente che certo doveva trattarsi di una malattia orrenda.

— Fate vedere — disse l'accigliato medico.

— Oh Dio! — esclamò il gobbo Pulizia. — Come farò?... Come farò?... Faccia conto, dottore, faccia conto di vedere della brace!...