Allora il gobbo si guardò e gli parve di possedere uno di quei fischietti di zucchero rosso che si vendono per le fiere. Ne fu umiliatissimo e, se volle ridare la loro naturale apparenza alle coserelle sue, dovette tenerle per oltre un'ora in un bagno di trementina.
Questi i tipi semiselvaggi che formavano l'élite della Compagnia del Bigarone.
Il Cavalier Mostardo uscì, ripreso nella morsa del suo amore. Guardò il pianeta Venere che era sopra ai pioppi delle mura e gli si empì l'anima di tal pianto che avrebbe voluto fermarsi a un angolo di strada, alla siepe di un orto qualsiasi e rimanersene là a soffrire per soffrire, con tutto il suo smarrimento. Poi gli venne in mente di sapere il perchè del torto patito; volle guardar negli occhi la propria disgrazia, esigere una spiegazione, una parola recisa, una intiera condanna. E prese una strada traversa.
Sotto la gran corsa delle stelle correva il disperato amore del Cavalier Mostardo. Era ormai la notte e una notte estiva di una chiarità superba. Non si vedevan che stelle, stelle, stelle. A volte il fulgore abbagliante di un remotissimo sole o l'immobile e malinconica luce di qualche pianeta; una nuova tristezza ignota nel fondo degli abissi; una disperazione eterna nell'eterna mutazione dei mondi.
Il cielo si apriva per l'anima degli uomini; ma forse solo gli alberi, solo i grandi alberi muti vi si affissavano estaticamente.
Mostardo vide Sirio, il sole abissale dalle cento luci, l'immenso focolare che arde nelle inconcepibili lontananze degli spazi; vide Sirio e per un poco non seppe che guardare lassù, attratto da quel fulgore di vertigine, dal profondo mistero di quella luce spettrale che arriva dall'orrore infinito della tenebra nera. Che passò nel suo cuore?... Quale nostalgico senso di remotissima tristezza?... Quale avvertimento, quale sperduta voce alla sua povera umanità transitante nell'attimo effimero della vita?... Si passò il rovescio delle mani sugli occhi e, per un istante, si smarrì, non seppe neppure verso dove, verso quale lontananza ignota; ma non fu che un istante; subito fu ripreso dalla necessità, dall'urgenza del suo dolore umano, dal peso della sua vita quale doveva essere necessariamente nel limite segnato.
E riprese il cammino fra le siepi e le case degli orti.
Il palazzo del marchese della Pipetta era illuminato. Tutte quante le finestre del primo piano lanciavan nella notte illune fasci di luce dorata. E queste finestre erano aperte, Mostardo si fermò ad ascoltare. Ecco il suono di un pianoforte; ecco una eco di voci festanti. Forse lassù si ballava... forse c'era festa grande. Questo anche gli morse il cuore.