Poi che fu morto, uno si levò nel silenzio grave e opprimente, il maestro Egidio Riva; si levò, atteggiò la faccia a una smorfia di strazio ed ebbe due sole parole, due parole monumentali, conchiusive, solenni come la morte:
— È soccombùto!
Aveva detto:
— Badate ch'io non voglio far puzzo. La Valle di Giosafatte la lascio a chi ci crede. Sono stato repubblicano da vivo, voglio esserlo anche da morto. Mi dovete bruciare.
Tale era stata l'ultima sua volontà e doveva essere rispettata. Eletti a porla ad effetto furono alcuni sozii della Compagnia del Bigarone.
Nella Città del Capricorno non c'era un forno crematorio; bisognava prendere il morto e portarlo a Bologna. Della cosa si incaricarono: Bucalosso, Giovanni Magnani, detto e' Bigul; Catullo Rava, detto 'e matt d'la Pira; Egisto Candiani, detto l'Uslàzz e Giorgio Gelli detto Zurzôn.
Alle spese avrebbe pensato il Circolo Mazzini.
E un bel giorno costoro si presero la salma di Coriolano e la portarono a Bologna. Non uno fra i cinque aveva veduto in azione un forno crematorio e la curiosità era vivissima in tutti. Durante il viaggio non fecero che parlare di tale faccenda. Come sarebbe stato questo forno? Aperto o chiuso? E il morto si sarebbe prima arrostito e poi bruciato? Oppure si sarebbe bruciato senza arrostirsi?
La cosa era di somma importanza e fu discussa con smodato ardore. Vi fu chi parteggiò per l'arrosto e chi per la bruciatura finchè Zurzôn, non risolse la controversia con un'uscita improvvisa: