Non una parola del dialogo degli ignoti era sfuggita al Cavalier Mostardo. Ormai ne sapeva abbastanza; doveva scomparire senza essere veduto per non destar sospetti, per rimaner padrone del segreto carpito occasionalmente e poter agire come meglio gli fosse piaciuto. Si pose gattoni; scivolò dietro la macchia delle tamerici; arrivò al cancello del giardino; si allontanò trattenendo il fiato poi, al primo vicolo scantonò e prese la corsa.


Ad un tratto gridò:

— Spadarella?... Spadarella?...

Era certo di averla veduta in fondo alla strada, in una rossa chiazza del sole moribondo.

Non era possibile che un'altra creatura potesse assomigliare tanto alla sua bambina. Aveva la stessa veste, gli stessi capelli, l'identica andatura.

— Spadarella?... Spadarella?...

Ma la piccola non solo non si rivolse, anzi affrettò il passo e scomparve. Allora Mostardo si mise a correre per raggiungerla; ma, quando arrivò in capo alla strada, ebbe un bel cercare a destra e a sinistra!... Spadarella non c'era più.

— Dove sarà andata?... È possibile non mi abbia sentito?... Forse non era lei!

Riprese la strada; ma una nuova amarezza indefinibile gli si annidava nel cuore.