In una stanza squallida di una casa svergognata, la povera piccola bionda del giardino tranquillo aveva portata la sua verginità all'amore. Ma ritornava senza un canto nell'anima, nella sera rossa come il suo bel volto atterrato.

CAPITOLO XVII. Qui l'amore e la bontà danno scacco matto al cuor di Mostardo e Spadarella canta.

Rigaglia aveva un gran daffare. Tutti i giorni, quando il Cavalier Mostardo ritornava a casa, verso sera, trovava il «brutto testone» in cortile, in mezzo a un crocchio di contadini. E parlava, e gestiva, e discuteva come un invasato, raccogliendo la ferma attenzione e il pieno consenso degli ascoltatori suoi.

Una volta l'udì dire:

Perchè la bassa sflicita debbono comandare; e la terra saranno di chi la lavora!...

Ora, per penetrare nell'ermetismo rigagliano, convien sapere che l'oscurissima «bassa sflìcita» (bassa infelicità) altro non era se non il popolo minuto, la plebe più in basso, la maggioranza dispersa.

Forse in altri tempi, e con altro cuore, il Cavalier Mostardo si sarebbe fermato ad ascoltare i discorsi di Rigaglia e ne sarebbe nato uno fra quei contradditorii ineffabili, in cui il grande trionfava del piccolo non solo per virtù di logica, ma, altresì, per magnanima virtù muscolare e definitiva. Però, essendo tetra l'ora corrente, e a ben altro intesa l'anima affannata del nostro eroe, accadeva che il Cavaliere passasse oltre senza rifiatare.

E questo era piaciuto a Rigaglia il quale moltiplicava i suoi raduni accrescendo sempre il numero degli ascoltatori, tanto che una sera, rincasando il Cavalier Mostardo, trovò il cortile talmente stipato, da non sapere come attraversarlo per arrivare alle scale che conducevano alle stanze del primo piano.

E quella sera chiamò Rigaglia in disparte e gli domandò:

— Mi sai dire che cosa complotti?