— È quello che voglio!

Allora Pirôn ammiccò e chiese sottovoce:

— C'è da far del fumo?

— Sì.

— Volete che venga anch'io?

— No. Voi staccate la cavalla e aspettatemi.

— Come pare a voi.

Mostardo prese la schioppa e uscì correndo. Pirôn e la sua donna si fermarono a guardarlo ma non dissero niente.

Non gli costò troppa fatica arrivare alla strada del fiume: ne era distante appena un cento metri; solo, quando si trovò di fronte ai canneti nei quali dovevano essersi nascosti Jusafîn e Pledga, gli nacque il dubbio che la vettura del marchese fosse trascorsa; ma, se era trascorsa, la strada avrebbe dovuto essere logicamente affollata di contadini, nel punto del misfatto; invece non vedeva nessuno; uguale silenzio e uguale deserto. Allora bisognava aspettare; ma dove? Era cosa migliore cacciarsi pei canneti e cercare i delinquenti nel loro agguato, o non piuttosto aspettare in quel punto la vettura del marchese per farla ritornare verso la città? Egli, veramente, avrebbe voluto fare e l'una cosa e l'altra. Nell'incertezza, optò per la prima e, attraversata di un balzo la strada, discese per la riva del fiume e si perse fra il frusciar delle canne.

Il sole era andato sotto; l'ombra incominciava ad addensarsi. Egli non distingueva un gran che a più di tre passi di distanza.