— Ha ragione! — esclamò il Trancia. — Non ci conosciamo tutti?...

— Be'! — riprese Mostardo. — Se sapessero il vostro mestiere...

— Ma noi siamo... — ribattè Giovannone.

— Oh! finiamola!... — gridò Mostardo. — Uno per uno vi posso dire quanto avete rubato, dove avete rubato, chi vi ha tenuto mano; e proprio te, Giovannone della Piva, te che frigni, avresti ragione di star più zitto perchè si sa benissimo chi aspettò dietro la siepe il fattore dei Soligni e chi gli sparò nella schiena!... E quella sera fosti veduto, anche se nessuno rifiatò, dopo!...

Silenzio. Le parole di Mostardo cadevano in pieno nella coscienza degli otto ceffi.

— Dunque parliamoci da amici e meno chiacchiere! Io vi ho fatto venire da lontano perchè non volevo che in città foste conosciuti. Voi non dovete essere chi siete, ma dei padroni!...

Gli uomini si guardarono in faccia.

— Ho qui dei vestiti nuovi. Bisogna che vi togliate gli stracci che avete addosso e vi vestiate per bene.

— D'accordo!... — fece l'Affogato.

— Dovete capire che, trattandosi di un episodio della lotta fra capitale e lavoro, non voglio si possa credere che noi repubblicani, per scacciare le macchine rosse, ci appoggiamo su gentaccia come siete voi. Perchè voi non siete contadini e neppure operai... Dunque farete la parte dei padroni... Ognuno di voi avrà un podere da difendere... Formerete il primo pattuglione... l'esempio!... Vi daremo uno schioppo e una bicicletta. Batterete le strade e starete a guardia delle aie.