— Bravaa... bravaaaa, bravaaaaaa!

E avveniva bensì che il Golfo perdesse tutto il suo misticismo; ma, d'altra parte un romagnolo puro sangue non potrà mai fare del proprio entusiasmo una cosa tascabile.

Asdrubale Tempestoni ne godeva. Qualche volta aveva le lagrime agli occhi.


Or ecco il gran giorno. Per le piazze, per le strade, per i sobborghi, dal Campo degli Svizzeri al Ponte Schiavonìa, si vendevano le ultime cartelle della Grande Lotteria. Tutto il contado era disceso alla città del Capricorno. Le maggiori fiere non avevano raccolta mai tanta moltitudine di genti. Nella Piazza non si circolava; i loggiati eran tutti una massa immobile di persone che si pigiavano disperatamente. Tutti gli amori della campagna si eran dati convegno in città, quel giorno; e, quando i contadini fanno all'amore, si fermano e non li smuove più neanche una vaporiera.

Bisognava farsi largo a furia di braccia e di spalle. C'era, dappertutto, quell'odore di selvatico che hanno gli uomini che si lavan poco. Ora è certo che i contadini si lavano solo durante l'estate e quando hanno a portata di mano un fiume o il mare.

C'era un gran sole e un sereno di paradiso. Rideva il mondo, l'ora e la stagione.

Però, in una casa taciturna, un uomo non rideva: il Cavalier Mostardo. Chiuso nelle sue angosciose meditazioni, non aveva voluto vedere neppur Rigaglia. Che cosa gli sarebbe toccato ora?...

Il marchese era morto. L'aveva saputo prima di rientrare. Glie l'aveva detto l'avvocato Suasia, costernatissimo. La sua Mignon era serrata nella villa remota ed egli certo non avrebbe potuto accostarla. Dirle quello ch'egli aveva tentato per salvar lei e il suo amante, non era possibile. Non gli restava che l'ultima disperazione senza uscita. E poi... e poi...

A quando a quando un'angoscia atroce lo profondava nella più densa tenebra. E s'ella avesse pensato...? E, se tutti avessero creduto...?