L'onorevole aveva concorso all'opera degna e con gli atti e con le parole e con le considerazioni altissime, esposte con quel tale garbo fiero e meditativo il quale vi concentra nel «sì!» prima ancora di aver inteso. Perchè i pensieri vanno via vestiti a incontrare la testa degli uomini e, se veston bene, chi li riceve li ha per solenni anche se non sa chi siano e che vogliano.

Ecco, l'onorevole licenziava i suoi pensieri così. Erano come chiese addobbate con molti addobbi. Diceva certe parole veramente politiche che Mostardo gli invidiava come una bella donna. Ed era concentrato (il nostro Cavaliere ne studiava le forme) chiuso in una interiorità insondabile. Tutto ciò metteva in volume la sua affettuosa deferenza.

Però Mostardo si sentiva maligno un poco, per quella minimissima parte satanica della quale poteva disporre. Pensava s'egli avrebbe saputo sostenere quella parte e, guardando così a occhio e croce, gli pareva che sì. Alla Camera la cosa non era diversa. Bastava parlar poco o mai, o buttar via, di quando in quando, e sopratutto nei tumulti, una frase clamorosa. Ad esempio:

— Evviva l'ottantanove!...

Oppure:

— A morte l'Austria!...

L'Austria?... Si poteva dire a morte l'Austria, dentro la Camera?... E se non si poteva, tanto meglio. Per Bios!... A morte l'Austria!...

Veramente l'onorevole non si era mai lasciato andare a un grido simile, ma lo avrebbe lanciato lui, lui genuino cuore di piazza e di popolo, illustre per oscura discendenza, principio e cacume.

Questa anche era una parola del suo corredo. Trovatala un giorno in un romanzo, gli era parsa di corrotta origine, ma, chiarito il dubbio sul vocabolario, l'aveva accolta con entusiasmo e se ne serviva anche nel parlar comune quando voleva far fede della propria coltura.

Nonostante tutto questo (è ben giusto che un uomo pubblico pensi di raggiungere un seggio fra la masnada di Montecitorio) egli fu il più docile uomo e il più disposto a patire per l'uman bene.