— Ora sì che dite bene!... — esclamò il cavaliere. — Ognuno è quello che è... fa quello che fa... come un cavallo. I padri sono i padri e i figli, i figli!... Ma voler giudicare un figlio da un padre non è mai giusto. Voler poi far grande il figlio dalle opere che non appartengono al figlio, sarebbe un vero cacume!...

La risata che rintronò, coprì il Cavalier Mostardo come di un battesimo vermiglio.

La parola sulla quale aveva calcolato per l'effetto doveva essere per davvero una qualche porcheriola indegna.

— Perchè?... che cosa ho detto?... — domandò pieno di smarrita imperizia. — Non si dice cacume?...

E come gli altri continuavano nella loro solfa, pensò di uscir dall'imbarazzo ritornando quello che sempre era stato, il gaudioso colosso in fervore ed in sete; e, per non più smarrirsi ed essere certo del fatto suo, interloquì, questa volta, in dialetto:

Sò... dasìm da bé' e fasìla curta!... (Su... datemi bere, e fatela corta!...).


Poi le cose volsero al grave. Si parlò grave con noccoluta sapienza. Si discusse di un nuovo partito e l'onorevole lo definì: «un fermento di letteratume». Mostardo drizzò le orecchie. Ecco i punti oscuri e le strade per Roma!... Bisognava penetrare, intendere, impadronirsi. Il mondo non finiva certo nella Città del Capricorno. (Il Capricorno è casa di Saturno ed esaltazione di Marte; l'uno dà la speculativa, l'altro il valore).

— Questi poeti!... — fece l'onorevole (oh, di quanto disprezzo si inturgidì la parola!...). — Questi poeti perdigiorno che per essere stati nulli anche in quella misera cosa che è la letteratura, passano con disinvolta facezia alla politica e creano un partito...

— Veramente non hanno creato niente di nuovo — fece l'avvocato Suasia. — In Francia il nazionalismo non è di oggi.