Volle cominciare serenamente; dimenticare, per un mattino, la lotta che doveva sostenere.
Aveva nel pollaio (anzi era Rigaglia che lo manteneva) un maledetto gallo; un gallo rosso con due occhi da straniero. Mostardo aveva visto una volta, nel patrio zuccherificio, uno straniero che aveva gli occhi del suo gallo. Tondi e impertinenti. Per quell'uomo il mondo era un pollaio. L'uovo gli apparteneva ancora più della gallina.
Era disceso da un paese lontano a insegnar l'arte di cavar zucchero dalle barbabietole e trattava gli operai della Città del Capricorno come ottentotti e bassi zulù. E quest'uomo tuonava nella sua parlata da raffreddore. Tuonava e camminava con gli stessi piedi di Rigaglia, molto grandi e solidi. Ma il passo dello straniero era vasto. Fra gamba e gamba ci passava il mondo.
Se ne era andato presto perchè, in Romagna, non faceva fortuna; ma a Mostardo era rimasto, a ricordarglielo, il gallo rosso. E cantava con gola da fliscorno in tutte le ore del giorno. Nel mondo c'era solamente lui, il gallo, il divin tabernacolo del seme!...
Anche l'invitta bestia era una passione di Rigaglia tanto che al Cavaliere non era riuscito mai di farle fare la nobile fine che spetta ad ogni domestico volatile.
Ed ecco che cantava. Mostardo aprì la finestra. Era là impalato, con quel suo petto da vecchia tartana, la cresta a parafulmini e i bargigli... due enormi bargigli come se portasse il suo sesso sotto la gola!... Si arrotò gli speroni e raspò.
— Va là, brutta bestia — gridò Mostardo. — Te la farò fare io la fine che ti meriti!...
E si ritrasse.
Ora questo gallo si chiamava Francesco.