Il Cavalier Mostardo non aprì gli occhi ma vide il lume dell'alba e il suo nemico domestico. Ecco un tonfo sordo di scarponi ferrati, giù, nel cortile: la sua sveglia quotidiana. E pensare che egli poteva dirsi ormai una persona perbene e aveva tuttavia alle costole quel giannizzero!... E disfarsene non poteva.
Il passo si avvicinò. Rigaglia bussava alla porta.
— Chi è?
— Io.
— Che cosa vuoi?...
— Oggi è lunedì. Andiamo al mercato?
— Ma va all'inferno!...
Rigaglia non parlò più. Ristette un poco e poi si udì ancora, e questa volta per l'entrata, un:
Tok... tok... tok... tok!... Il suono dei suoi scarponi fenati. Tornò il silenzio. Mostardo volle saper l'ora. Erano le quattro e il sole era sui tetti. Da uomo sollecito non pensò a riprender sonno, pensò:
— Ora vado da Spadarella! O la trovo nel giardino o la desto.