— Vada a vedere se è in casa — disse Gerolamo.

— Credo sia uscita. Era là adesso — fece Stefano. E ripresero il lavoro, vicino alle serre, nella grande zona azzurra dell'ombra mattinale.

Mostardo si diresse alla casa bianca e guardava le aiuole ben tenute e i garofani e i gerani rossi. Come giunse innanzi alla casa vide, presso la porta, una sedia e, sopravi, un libro aperto. Certo si era levata come avevano detto i due vecchi. Entrò, sbirciò per le porte. Sul tavolo della cucina c'era una provvista di ortaggi e di frutta e la brace, fra gli alari.

— E dove sarà? — fece Mostardo.

Ma ecco una corsa nel giardino e la voce di lei:

— Zio?... Zio?...

Perchè quando si hanno cinquantacinque anni, e non si è vecchi ancora, due cose entran nel core con gran furia gioiosa: il mattino e la giovinezza. Le strade si abbreviano allora; ogni giorno reca il segno del confine, ed anche la più grossolana materialità non supera la malinconia, talvolta, e l'ombra della inutilità.

Ed ecco, se ancora c'è un usciuolo ed un pertugio per un occhio di sole, la buia stanza si illumina, s'empie di vastità, fa gran festa.

Oh, campane di gioia nelle contrade del mattino! I giovani non sono con voi, strepitano e sognano le lunghe strade... voi cantate per colui che discende l'opposta riva.

L'uomo compiuto! Per nessuno, come per lui, ridono i ruscelli e s'illumina il mondo; nessuno, in tanta dolcezza d'amore vive e compenetra. Egli è fermo... aspetta!... Ormai ha saputo... ma niente!... Niente più di un silenzio. Ed ecco che può ascoltarvi, campane e giovinezze! E sostare come un pellegrino innanzi alla purità vostra.