Entriamo in un corridoio nel quale le rondini hanno nidificato sotto alle travi, poi in una stanza che può dirsi linda se si pensi al resto. In ogni luogo c’è l’odore caratteristico dello stallatico.
Anche il nostro agente, che è un greco, ci offre il caffè. Aspettiamo la posta di Janina. Frattanto il piccolo uomo rotondo che ci rappresenta se la piglia con le Potenze perchè non agiscono.
— Dovrebbero distruggere la Turchia. Si mandano due corazzate e buona notte!
Abbiamo sorbito il caffè, la posta è giunta; si riparte.
Passiamo dall’ufficio telegrafico che ha sua sede entro una tana sudicia.
L’agente che ci accompagna ci dice che se volessimo spedire un telegramma in Italia arriveremmo prima in piroscafo.
Sul molo vediamo fra la folla una magnifica figura d’uomo su la quarantina. È armato di fucile, di pistola e di pugnale ed ha sul ventre una enorme cartucciera. Veste alla foggia albanese. Pare dubbioso se imbarcarsi o no. Guarda il sole. Qualcuno gli si avvicina e gli parla; resta esitante qualche secondo poi ci volge le spalle e parte.
Sappiamo che l’uomo singolare è un famigerato brigante, il quale non più di un mese fa ha svaligiato l’Ufficio della Navigazione Generale. Avrebbe voluto imbarcarsi, ma qualcuno lo ha sconsigliato facendogli intravvedere la possibilità di essere messo ai ceppi. L’Italia non avrebbe fatto nulla, questo è vero, ma il ribelle ha ripreso le vie dei monti.
Il Pascià di Janina.
È salito a bordo il pascià di Janina accompagnato da suo figlio. Un bell’uomo grasso dalla faccia turca, ambigua cioè, senza espressione marcata.