Non appena lo han veduto i suoi sudditi che erano a bordo si sono precipitati a baciargli la mano e il lembo della veste.
Umili, fedeli, devoti, ridicoli. Se debbo dire il vero, ridicolo era anche il pascià col suo fare sacerdotale; e si lasciava baciare, tutto compreso nel suo còmpito da reliquia.
Dopo tale funzione il buon uomo dalla faccia ambigua, che ricorda sì dolcemente il profilo del montone, ha preso possesso del ponte di prima classe.
Ci sono molti greci. Poco fa discutevano di politica ad alta voce e bestemmiavano la Turchia, ora per la presenza del pascià tacciono come fringuelli se odano lo strido del falco. E non sono sudditi turchi, e non hanno a temere che S. E. abbia a tirar loro le orecchie. Forse sarà un abito secolare, che so: il fatto si è che coloro che per lo innanzi gridavano ora sussurrano e chi parlava tace.
Quale potenza ha costui?... — mi chiedo — e lo guardo e lo scruto, ma non vedo che la sua bella faccia da montone ambigua e bonaria.
Corfù.
Un’isola bella e malinconica. Comprendo ora come la dolorosa imperatrice l’avesse scelta a sua dimora.
Non appena i marinai hanno calato la scaletta di bordo, una vera orda di facchini indemoniati, urlanti invade il piroscafo.
Ma siamo a Corfù o a Venezia? Non si sente parlare che il dialetto veneto, e la stessa lingua greca ha qui la dolce cadenza del nostro dialetto.
Qualcuno mi dice che nelle ricche famiglie di Corfù è consuetudine aristocratica parlare la lingua italiana. Fino a quando durerà tale nostra supremazia della quale andiamo debitori alla Repubblica Veneta? Fino a quando se la nostra cieca indifferenza si lascia sfuggire di mano ogni governo morale, al di là dei confini?