Corfù è una città veneta, serba il carattere che le impressero i suoi dominatori.

Vie strette; case alte e aduggiantisi; finestre e balconi veneziani. Comunque sia, vi si fa sentire la prima influenza dell’Oriente. Il quartiere dei sellai quello dei calzolai e dei sarti hanno un carattere orientale; sono pittoreschi.

Altro lato caratteristico di Corfù è costituito dai venditori di frutta; frutta magnifiche le quali denotano la bontà della terra e la mitezza del clima.

La vegetazione è simile a quella della Sicilia; le stesse agavi, gli stessi agrumeti e i fichi d’india e i palmizi.

Quando salgo in vettura per andare al Cannone, che è un luogo dal quale si gode un magnifico panorama, e all’Achilleion, la villa della muta imperatrice del dolore, attraverso ai campi e lungo il mare colgo il vero aspetto di quest’isola dolce e malinconica. Tutto vi è esuberante ma non gaio; l’anima non vi riposa tranquilla, ma è presa come da una nostalgia di sogni lontani.

La stessa nostalgia trasse a questo riposo una vittima della vita: Elisabetta imperatrice che rivisse, sola, il fosco destino degli Atridi.

Verso la Grecia.

Riprendiamo la rotta verso il golfo di Corinto. Sono saliti a bordo altri greci e un prete armeno.

Il vecchio pascià e il figliuol suo sono alla mia stessa tavola. Benchè non siano in Turchia mangiano col fez ben calzato su le orecchie. Non bevono vino; impugnano la forchetta fieramente.

Il pascià, che ancora non si è deciso ad aprir bocca, ad un certo punto mi guarda sorridendo e mi chiede dove sono diretto.