Z’ai envie, d’y retourner. Z’en suis fou de Paris!... Ah ah!... Z’est rigolot n’ez pas? Il faut y étudier auzi la vie.... Oh!... mais mois ze suis zage, vous savez?... Oh!... Ze suis zage!... Z’étudie touzours! — Pffff!... Lenore eclatait en riant et me dizait: Tais-toi, vieux zameau! — quand ze lui démandais: Dis donc, m’zélle, qu’elle differenze trouve tu entre la Franze et la Tourchie?... Ah ah ah!... Ça ze passe touzours dans la même fazon!... Oh bien surement!... Sì! sì!... Bien surement!... Ah ah ah!...

Gli occhi gli lacrimano, il volto gli si accende, la bocca gli si dischiude un po’ più.

Tutto ciò mi ricorda un opuscolo pubblicato a Venezia sul principio del XVI secolo e intitolato: “Opera a chi si dilettasse de saper domandar ciascheduna cosa in turchesco.„ Nella quale opera si trovano frasi di simile genere:

Cuore mio!

Chi te feci tanto bella!...

Vorria che venisse una sera a dormire meco! ecc., ecc.

Il giovine turco ha viaggiato la Francia con gli stessi intendimenti.


È trascorsa Patrasso la bella città moderna che sorge in un arco di monti. È disceso un vecchio greco che dormiva nella mia stessa cabina, un insopportabile uomo, scontento anche dell’aria che respirava. Nulla gli tornava a genio, mai. Il ventilatore era aperto e lo chiudeva, era chiuso e l’apriva; s’infuriava contro l’hublot, contro il caldo, contro le mosche; non era mai in pace neppure nel sonno, chè aveva a quando a quando di gran sussulti e parlava e smaniava quasi albergasse l’inferno in corpo.

Prima di partire questa mattina mi ha chiesto: